Ifigenia, 1000 + 99 parole per la violenza che non finisce

Ifigenia è un personaggio della mitologia greca che è stato raccontato anche in diverse tragedie, prima fra tutte “Ifigenia in Aulide” di Euripide. Ifigenia nella mitologia è figlia di Clitemnestra e di Agamennone e sorella di Oreste, Elettra e Crisotemi. Un’altra versione del mito racconta invece che fosse nipote di Clitemnestra e figlia di Teseo ed Elena. Ciò che è sicuro, è il sacrificio di Ifigenia ad opera di Agamennone, raccontato appunto da Euripide nella sua “Ifigenia in Aulide”. Questa tragedia, composta tra il 407 e il 406 a.C., venne rappresentata postuma nel 403 a.C. e la trilogia di cui faceva parte vinse le Grandi Dionisie di quell’anno.
Per molti studiosi, dal punto di vista testuale, “Ifigenia in Aulide” è la tragedia più complicata, in quanto alcune parti non sono stata scritte da Euripide ma aggiunte in seguito: questo vale ad esempio per il prologo e per il finale. L’intera vicenda è ambientata in Beozia, nel Golfo di Aulide, dove le navi degli eroi greci pronti a partire per Troia sono costrette a riva a causa della bonaccia.

In seguito alla fuga di Elena con Paride, infatti, Menelao si era appellato al giuramento di Tindaro e aveva preteso che tutti i capi greci lo seguissero alla volta di Troia. Agamennone, suo fratello, è il comandante in carica di questa spedizione e viene costretto a consultare l’indovino Calcante per scoprire il motivo dell’avversione degli dei alla loro partenza. Il responso sarà terribile per l’eroe: egli dovrà infatti sacrificare la figlia Ifigenia ad Artemide, soltanto in questo modo i venti riprenderanno a soffiare e le navi potranno partire.


Nella tragedia di Euripide, i fatti ci vengono presentati in fieri, mentre Agamennone riflette confusamente su come agire: nel prologo lo troviamo impegnato a scrivere una lettera, un’azione non tipica per un eroe greco. La verità è che sta riscrivendo, in quanto con una prima lettera aveva chiesto a Clitemnestra di raggiungerlo con la figlia perché aveva concesso la sua mano ad Achille; ora, preso dal rimorso, le chiede invece di rimanere al sicuro a Micene. Tutta la vicenda ruota intorno a questa seconda lettera, intercettata da Menelao e rinfacciata al fratello con rabbia: l’intrigo prende le mosse da un sentimento poco comune tra gli eroi, quello dell’incertezza. Agamennone è insicuro, torna sui suoi passi, rivede la sua decisione, prova un senso di colpa innaturale per un eroe: l’amore per la figlia offusca per un attimo tutto il suo coraggio. Ma il re di Micene non è l’unico a cambiare idea: persino Achille, che in un primo momento protegge Ifigenia, poi viene assalito dal dubbio che il suo sacrificio sia l’unica soluzione possibile. Anche la stessa Ifigenia, prima implora disperatamente il padre di risparmiarla e poi decide di immolarsi per la gloria della Grecia: da vittima si trasforma in carnefice, da supplice in assassina. Ifigenia si convince che la sua morte sia necessaria, per un bene più grande: così è sempre quando l’ideale supera l’umanità.

La principale caratteristica di questa tragedia è, quindi, l’incostanza. È interessante che l’ambientazione colori in qualche modo questo tratto della narrazione: l’Euripo, infatti, lo stretto che divide la Beozia dall’Isola dell’Eubea, è continuamente squassato da correnti che vanno e vengono senza regole, imprevedibili.

Così il luogo dove i personaggi tragici si muovono è incostante esattamente quanto loro, rendendo l’intera storia ancora più mossa e incerta.

Al Piccolo Teatro di Milano dal 27 aprile al 7 maggio è andato in scena lo spettacolo “Ifigenia, liberata”, per la regia di Carmelo Rifici, basato proprio sulla tragedia di Euripide. In occasione di questa rappresentazione, la professoressa Laura Pepe, titolare del corso di Diritto Greco all’Università Statale di Milano, ha organizzato una giornata di incontri a tema “Diritto e violenza” e un vero e proprio processo ad Agamennone secondo le leggi greche.

Ne è emersa non solo una sconcertante attualità dei temi affrontati da Euripide, ma anche una profonda riflessione sul significato di giustizia. Per quanto riguarda il sacrificio di Ifigenia, sembra che Agamennone avesse peccato di ubris vantandosi di saper cacciare il cervo meglio di Artemide e che quindi la dea l’abbia punito per la sua arroganza. Il mito racconta però che al momento del sacrificio Artemide abbia salvato la giovane, non ritenendo giusta la morte di un’innocente per la colpa del padre.
Quello che distingue la scrittura di Euripide è la netta contrapposizione tra un periodo pre giuridico (quello del mito e degli eventi tragici) e un periodo estremamente legalizzato (quello della messa in scena della tragedia): da una parte c’è la vendetta divina e dall’altra la giustizia della città di Atene. L’ironia tragica consiste anche nell’ovvio contrasto tra queste due concezioni di giustizia.

Un’altra caratteristica della tragedia di Euripide riguarda la sua costruzione: ogni personaggio pensa di avere la ragione dalla sua e nel leggerla anche noi parteggiamo ora per uno e ora per l’altro. Lo stesso è avvenuto nel processo contro Agamennone inscenato nella Scatola Magica del Piccolo Teatro Strehler: ogni volta che Clitemnestra parlava, aveva ragione, ma ogni volta che Agamennone mostrava che sua moglie si trovava in errore, aveva ragione anche lui. Essendo il pubblico chiamato a dare un verdetto, scegliendo tra sassolino bianco (assoluzione) e sassolino nero (condanna), non è stato per niente facile decidere. Clitemnestra ha invitato a testimoniare in suo favore persino Artemide, mentre Agamennone aveva dalla sua parte la figlia Elettra, decisiva nella descrizione del padre come uomo amorevole e premuroso.

Sia i testi della difesa che quelli dell’accusa, sono stati scritti da alcuni studenti del corso di Diritto Greco ed erano assolutamente convincenti, tanto da mettere in crisi persino il dato di fatto che in realtà il presunto omicidio di Ifigenia non è mai avvenuto. Artemide l’ha salvata, così condannare Agamennone per omicidio volontario andava oltre la legge: il verdetto dell’Areopago/pubblico è stato quindi l’assoluzione.

Lo spettacolo teatrale immediatamente successivo al processo, organizzato come sequenza di prove e non come una vera e propria performance, è riuscito a far emergere il primordiale istinto violento dell’uomo. Carmelo Rifici ha puntato tutto sulla fisicità scenica degli attori, sul dialogo tra il regista e il suo personaggio, sulla commistione tra la tragedia di Euripide e testi più antichi.

Da Caino e Abele, dai migliaia di sacrifici che costellano le storie di Omero e dei tragediografi, fino al nostro presente: un circolo vizioso che ci riporta al capro espiatorio, al cerchio finale sulla scena teatrale, alla corsa dei personaggi intorno a un’indifesa Ifigenia. Dagli uomini primitivi che come un branco di lupi circondano la preda a Ulisse inferocito che decreta la necessità del crudele sacrificio di Ifigenia… quanta violenza ancora potremo accettare?

 

Elisa Ghidini

 

Ifigenia, liberata si inscrive all’interno di una profonda riflessione del regista sulla violenza quale elemento connaturato nell’essere umano: ciascun personaggio ha le proprie motivazioni per agire, ma la violenza è il minimo comune denominatore per tutti, siano più o meno “giuste” le rispettive finalità. Quale può essere il senso di tutto questo? Non spetta al teatro dare risposte. Il teatro può essere solo il nostro “guardarci allo specchio”, riacquistando una memoria collettiva che stiamo smarrendo. L’appello finale del “regista”, all’interno dello spettacolo, a prendersi cura delle parole è quanto il teatro può, deve fare per non esaurirsi nello spazio della rappresentazione: dare una forma alla speranza, creare un contagio virtuoso che sia l’antidoto a quel virus micidiale della violenza e della rassegnazione ad accettarla come componente ineludibile del nostro vivere.

Sergio Escobar
Direttore Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa