Pennac e il suo amore per il teatro

In teatro, la sala è la cassa di risonanza della scena. Attori e spettatori recitano gli uni con gli altri (o contro gli altri, a seconda dei casi). Non è semplice diventare uno spettatore. Lasciare andare in così poco tempo una professione, una famiglia, una giornata di lavoro, una città, una vita, un bagaglio di punti di riferimento, di consuetudini e di norme… I cappotti che non si sa dove posare, il fruscio dei giornali ripiegati alla bell’e meglio, i programmi consultati ad alta voce, le chiacchiere che non finiscono mai, i cellulari spenti sempre fuori tempo massimo, i ritardatari impegolati nelle loro scuse, le poltrone che sbattono, i corpi che si lasciano cadere, i cigolii di assestamento, tutto il trambusto del pubblico che si sistema in sala è la lenta sottomissione degli spettatori alle esigenze dello spettacolo. Sembra quasi la cacofonia degli strumenti nella buca dell’orchestra prima dell’ingresso del direttore. Quando finalmente la luce in sala si abbassa e poi si spegne, e si pensa di essersi accordati al silenzio di tutti, ecco che allora subentrano i corpi. D’inverno sono gli starnuti e la tosse, d’estate è il fastidio per il caldo, cui si aggiungono, tutto l’anno, i cellulari non spenti e – forse più fastidioso ancora – il concerto indignato delle proteste.

Far sì che le persone tacciano è una cosa da nulla. Il più delle volte è sufficiente la presenza degli attori. Ma far tacere una tosse, conquistare i corpi al punto che le poltrone non scricchiolino più è il miracolo del testo. Da questo punto di vista, Melville si rivelò un ottimo medico. Il suo Bartleby guariva rapidamente le platee.

 

Mio fratello, Daniel Pennac